

Prima dei giudizi, i fatti.
Vale la pena rileggere la storia di Bio-On?
Ci sono storie che sembrano chiudersi nel momento stesso in cui diventano di dominio pubblico. Per qualche settimana occupano le prime pagine dei giornali, aprono i telegiornali, diventano argomento di discussione nei bar, negli uffici, sui social network. Poi, quasi improvvisamente, scompaiono. Rimangono nella memoria collettiva attraverso poche immagini e poche parole, sufficienti a far credere di conoscere tutto ciò che c'era da sapere.
È un fenomeno che riguarda molte vicende industriali e finanziarie. Il tempo tende a ridurre il racconto alla sua conclusione, spesso semplicistica, eliminando la complessità della storia. Gli anni passano, i documenti aumentano, le ricostruzioni si moltiplicano, ma il ricordo pubblico diventa sempre più semplice. Alla fine, restano poche certezze, quasi sempre costruite intorno agli eventi più eclatanti. Tutto ciò che li precede, lentamente, scompare.
La storia di Bio-On, probabilmente, è una di queste.
Se oggi chiedessimo a cento persone che cosa ricordano di quell'azienda, è facile immaginare le risposte. Una società che prometteva di rivoluzionare il mondo della plastica. Una crescita impressionante. La quotazione in Borsa. Il crollo del titolo. Il fallimento. Per molti il racconto finisce qui, come se tutta la vicenda fosse racchiusa in quei pochi avvenimenti.

Eppure, ogni volta che mi è capitato di riaprire le cartelle che raccolgono la documentazione di quegli anni, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a una storia diversa. Non perché vi abbia trovato una verità nascosta o una risposta definitiva, ma perché ho ritrovato un mondo che, nel racconto pubblico, sembra quasi essere scomparso.
Prima dei titoli dei giornali, infatti, esistevano anni di lavoro.
Prima delle polemiche, esistevano i laboratori.
Prima delle discussioni esistevano brevetti, studi di mercato, valutazioni tecniche, collaborazioni con università e centri di ricerca, documenti preparati per investitori e autorità di vigilanza.
È stato proprio questo a sorprendermi.
Quando una vicenda viene ricordata soltanto attraverso il suo epilogo, si corre il rischio di dimenticare tutto ciò che l'ha preceduta. È un po' come leggere soltanto l'ultimo capitolo di un romanzo e pensare di conoscere i personaggi. Forse sappiamo come va a finire, ma non sappiamo davvero come ci sono arrivati.
Per questo motivo, invece di partire dalle conclusioni, ho deciso di fare il percorso inverso.
Ho iniziato dai documenti.
Quelli scritti quando Bio-On era semplicemente una società che cercava di trasformare un progetto industriale in un'impresa. Documenti che non erano stati predisposti per sostenere una tesi o per difendersi in un processo, ma per descrivere un'idea, valutarne la fattibilità, misurarne i rischi e spiegare a investitori, consulenti e tecnici quale fosse il percorso immaginato.
È un esercizio che consiglio a chiunque voglia farsi un'opinione su questa vicenda.
Non perché quei documenti dimostrino automaticamente che qualcuno avesse ragione o torto, ma perché aiutano a comprendere il contesto nel quale quella storia è nata.
Nel giugno del 2014, ad esempio, A.T. Kearney, una delle principali società internazionali di consulenza strategica, elaborò uno studio sul mercato mondiale delle bioplastiche e sulle prospettive industriali dei PHA. Il suo incarico non consisteva nel raccontare Bio-On, ma nel comprendere se quella tecnologia potesse trovare spazio in un mercato in profonda trasformazione, caratterizzato da una crescente attenzione verso materiali alternativi alle plastiche tradizionali.
Nello stesso periodo, il Prof. Augusto Di Giulio del Politecnico di Milano e l'Ing. Roberto Piattoli, figura di primo piano nell'ingegneria industriale italiana, visitarono l'impianto pilota di Minerbio, analizzarono il processo produttivo e redassero una relazione tecnica sulla tecnologia sviluppata dalla società e sulle prospettive del suo sviluppo industriale. Anche in questo caso non si trattava di un'opinione affidata a un'intervista o a un dibattito televisivo, ma di una valutazione tecnica predisposta nell'ambito del percorso che avrebbe portato l'azienda verso la quotazione.

Qualche mese più tardi, mentre il progetto si preparava ad affrontare il mercato dei capitali, il Prof. Gary Pisano della Harvard Business School fu chiamato a esprimere una valutazione sul modello di business adottato dalla società. Parallelamente prendeva forma il Documento di Ammissione ad AIM Italia, il documento ufficiale attraverso il quale Bio-On si presentava agli investitori descrivendo non soltanto le opportunità del progetto, ma anche i suoi rischi, le sue incertezze, i brevetti, le collaborazioni scientifiche, la struttura industriale e gli obiettivi di sviluppo.
Rileggendo oggi quelle pagine, colpisce soprattutto un aspetto.
Raccontano una società ancora tutta da costruire. Una società che descrive apertamente le proprie ambizioni ma anche le difficoltà di un progetto tecnologico innovativo. Parlano di ricerca, di sperimentazione, di sviluppo industriale, di brevetti, di investimenti e di rischi. Non raccontano una storia già scritta. Raccontano una scommessa.

Ed è forse proprio questa la parola che più di ogni altra accompagna l'innovazione.
Ogni tecnologia, quando nasce, è una scommessa.
Lo è per chi la sviluppa.
Lo è per chi decide di finanziarla.
Lo è per chi investe.
Lo è perfino per chi sceglie di studiarla.
Alcune di queste scommesse cambiano il mondo. Altre non ce la fanno. Molte percorrono strade molto più tortuose di quanto si immagini all'inizio.
Capire quale fosse la natura della scommessa Bio-On è il motivo per cui nasce questo progetto editoriale.
Non per riscrivere una vicenda che appartiene ormai alla storia industriale italiana, non per suggerire al lettore quale conclusione dovrebbe trarre.
Ma, molto più semplicemente, per mettere a disposizione un patrimonio di documenti che, nella maggior parte dei casi, è stato ignorato dal dibattito pubblico, sovrastato da retorici titoli di giornale, non è mai entrato nel dibattito pubblico con la stessa forza con cui vi sono entrati i titoli dei giornali.

Ogni settimana prenderemo uno di quei documenti, o un gruppo di documenti collegati fra loro, e proveremo a leggerli insieme. A volte confermeranno convinzioni già diffuse. Altre volte offriranno elementi nuovi. In alcuni casi lasceranno aperti interrogativi ai quali, ancora oggi, non è facile dare una risposta univoca.
È questo, in fondo, il modo con cui procede qualunque ricerca seria.
Non parte dalle conclusioni.
Parte dalle domande.
E forse la prima domanda da porsi non riguarda ciò che accadde dopo.
Riguarda ciò che già esisteva.
Perché, prima di ogni giudizio, prima delle interpretazioni e prima delle opinioni, esiste sempre una storia che merita di essere conosciuta.
Ed è proprio da quella storia che inizieremo.




Chi siamo e chi ha scritto questo articolo
Per comprendere il dossier BIO-ON nella sua attualità e complessità, è necessario riflettere su un fatto: negli anni, questa vicenda è stata raccontata attraverso migliaia di articoli, servizi televisivi, commenti e pubblici dibattiti. Molto meno spazio è stato dedicato alla consultazione diretta dei documenti che hanno accompagnato la nascita, lo sviluppo e le successive vicende della società. Da questa considerazione è nato un progetto editoriale con un obiettivo preciso: raccogliere, ordinare e rendere accessibili i principali documenti relativi al caso Bio-on, accompagnandoli con articoli di carattere divulgativo che ne facilitino la lettura e la comprensione. L'iniziativa "Capire il caso BIO-ON" - stimolata da un nutrito numero di piccoli investitori ex BIO-ON - ha dato vita a una redazione composta da professionisti con esperienze in ambiti differenti – industria, università, innovazione, finanza, diritto, ricerca scientifica e comunicazione – che collaborano a titolo volontaristico alla selezione delle fonti, alla verifica della documentazione e alla redazione degli articoli. La scelta editoriale è semplice: ogni approfondimento parte solo da documenti. Per questo motivo, ogni articolo è accompagnato, quando possibile, dai materiali originali utilizzati, affinché ogni lettore possa consultarli liberamente, direttamente e gratuitamente, e formarsi una propria opinione indipendente. Il progetto non si propone di sostituire il lavoro della Magistratura, degli organi di vigilanza, degli studiosi o dei mezzi di informazione, bensì di offrire uno spazio nel quale documenti, dati e fonti possano essere letti con il tempo e l'attenzione che una vicenda così complessa merita.